Racconti

In questa sezione si possono trovare alcune storie e racconti orientali e Zen che potranno essere di aiuto
e di stimolo alla crescita non solo intelletuale.


La lettura è per la mente quel che l'esercizio è per il corpo
Addison Joseph
Scrittore e drammaturgo britannico




Racconto Zen
Non concentrare la mente!

Un giorno il maestro Tōrei stava parlando dell’insegnamento buddhista a Saga, un paese sulla montagne di Kyoto.
Era pieno inverno e faceva così freddo che tutti gli ascoltatori tremavano.

Tōrei tuonò:

- Quelli di voi che si fanno spaventare dal freddo dovrebbero tornarsene alla vita mondana subito! Come potete imparare lo Zen? Perché non lo cercate nei vostri cuori? I pesci vivono nell’acqua, ma non sanno che c’è l’acqua;
gli uomini vivono nella sublime verità, ma non conoscono la verità.

Tra gli ascoltatori si trovava Nakazawa Dōni: udendo queste parole del maestro Tōrei, ottenne all’improvviso l’illuminazione.

Più tardi spiegò:

- L’insegnamento consiste nel non concentrare la mente sulle cose esterne - e aggiunse: - Ecco che cosa significa raggiungere la Buddhità nel nostro stesso corpo.
Il problema non è tanto l'avere freddo o meno. La storia ci racconta che si era in inverno e che faceva tanto freddo.
E allora? La questione non risiede nel fatto che gli ascoltatori tremino. C'è freddo, magari sei coperto poco e allora tremi. Cosa c'è di male? Nulla: anzi, il tutto è del tutto naturale.

Solo che Tōrei capisce che c'è chi, tra i monaci che lo ascoltano, "teme" il freddo. Se temi, sei ostruito, sei succube, sei ostaggio di questo o di quello, di una situazione o di un'altra, eventualmente anche di un clima. Lo stato di timore, chiude, minaccia la condizione di disponibilità, di apertura. E infatti Tōrei dice: è impossibile che voi impariate lo zen se siete in preda al timore nei confronti del freddo. È come nella storiella di quello che va a un concerto e si rovina tutto l'ascolto dubitando di non aver chiuso a chiave l'auto! Soprattutto lo stato di timore è indice spesso di una non-accettazione, di un non riconoscimento della realtà, di una mancata aderenza ad essa.
Quando è caldo, hai caldo; quando è freddo, hai freddo: cosa c'è di strano in questo? per quale motivo esserne turbati? Se uno scivola in una questione così banale...

Temere il freddo è la conseguenza di un certo uso della mente. Temere il freddo è fermare la mente su un aspetto della realtà, bloccarla, crocifiggerla: concentrarla. È del tutto naturale un coinvolgimento della mente nella realtà, è vitale un interscambio tra mente e realtà; ma se concentri la mente, se la fissi in qualche dimensione della multiforme e mutevole realtà, allora la opprimi, la releghi a un vicolo cieco, le chiudi ogni via. Non la fai pascolare nello spazio sconfinato della verità. Se suona il telefono, vado a rispondere: agisco in modo confacente a uno stimolo esterno, alla realtà che mi si presenta. Ma se non suona nessun telefono e la mia mente è in attesa bramosa dello squillo, allora la mia mente è fissata, è costretta e fuori da ogni disponibilità rispetto alla realtà: sono lì in attesa, mi passi vicino e mi chiedi che ora è e io ti mando a quel paese! Capito? Quindi la questione è essere a contatto con le cose esterne, vederle, riconoscerle, rimanere in uno stato di quieta e benevolente apertura verso di esse; se ci riesco, riesco anche ad essere libero; altrimenti ne divengo ostaggio.

Concentrare la mente su questo o su quello denota anche un particolare approccio alla realtà, che è quello di ricerca, di aspettativa, dualistico per eccellenza. Concentro la mente su questa cosa, rifuggendo qualcos'altro; temo il freddo, rincorrendo il caldo; ecc. Divido la realtà in ciò che mi piace e ciò che non gradisco. Divento un servo della contingenza, invece che un liberato in essa. È qui il senso della metafora dei pesci nell'acqua. Se ritenessi che sia auspicabile "conoscere la verità", la dovrei intendere come un oggetto, come qualcosa da qualche parte, da scovare e di cui appropriarsi. Sarei come un pesce in cerca di acqua. Un assurdo! Ma, la questione non è cercare: piuttosto è accorgersi, è vedere. Non è voltare la testa, ma aprire gli occhi. Le grandi esperienze non provengono da un processo conoscitivo, ma partecipativo, unitivo, disidentificativo, ecc.: l'amore, una bella poesia, la natura, un quadro, ...

È così che vivo la verità, è così che sono immerso in questo flusso indefinito, senza inizio e senza termine, mutevole e amorevole, silenzioso e sinfonico.



Racconti Zen
Serena contemplazione

Zengetsu, un maestro cinese della dinastia T’ang, scrisse per i suoi allievi i seguenti consigli:

Vivere nel mondo e tuttavia non stringere legami con la polvere del mondo è la linea di condotta di un vero studente di Zen.
Quando assisti alla buona azione di un altro, esortati a seguire il suo esempio. Nell’aver notizia dell’errore di un altro, raccomandati di non imitarlo.
Anche da solo in una stanza buia comportati come se avessi di fronte un nobile ospite. Esprimi i tuoi sentimenti, ma non diventare più espansivo di quanto la tua vera natura ti detti.
La povertà è il tuo tesoro. Non barattarla mai con una vita agiata.
Una persona può sembrare sciocca e tuttavia non esserlo. Può darsi che stia solo proteggendo con cura il suo discernimento.
Le virtù sono i frutti dell’autodisciplina e non cadono dal cielo da sole come la pioggia o la neve.
La modestia è il fondamento di tutte le virtù. Lascia che i tuoi vicini ti scoprano prima che tu ti sia rivelato.
Un cuore nobile non si mette mai in mostra. Le sue parole sono come gemme preziose, sfoggiate raramente e di grande valore.
Per uno studente sincero, ogni giorno è un giorno fortunato. Il tempo passa ma lui non resta mai indietro. Né la gloria né l’infamia possono commuoverlo.
Critica te stesso, non criticare mai gli altri. Non discutere di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.
Alcune cose, benché giuste, furono considerate sbagliate per intere generazioni. Poiché è possibile che il valore del giusto sia riconosciuto dopo molti secoli, non c’è alcun bisogno di pretendere un riconoscimento immediato. Vivi con un fine e lascia i risultati alla grande legge dell’universo.
Trascorri ogni giorno in serena contemplazione.



Un racconto giapponese
ROKURO-KUBI

Circa seicento anni fa c’era un samurai che si chiamava Isogai Heidazaemon Taketsura e prestava servizio presso il Signore Kikuji di Kyushu.
Isogai aveva avuto molti antenati guerrieri e da loro aveva ereditato un’attitudine naturale agli esercizi militari e una forza straordinaria. Quando era ancora un ragazzo, aveva superato i genitori nell’arte della spada, nel tiro con l’arco e nell’uso della lancia e aveva manifestato un eccezionale talento nell’arte militare. In seguito, all’epoca della guerra di Eikyo (1) si distinse a tal punto che gli furono conferiti alti onori. Ma quando la casa di Kikuji cadde in rovina, Isogai si trovò senza un padrone. Avrebbe potuto facilmente entrare al servizio di un altro daimyo, ma dato che non aveva mai cercato di distinguersi per il puro piacere personale e il suo cuore restava fedele al suo precedente padrone, preferì andarsene in giro per il mondo. E così si tagliò i capelli e divenne sacerdote, prendendo il nome buddista di Kwairyo.
Ma sotto il koromo (2) del sacerdote Kwairyo manteneva sempre dentro di sé il cuore caldo del samurai. Come in passato aveva riso dei rischi, così pure ora disprezzava il pericolo, e in ogni tempo e ogni stagione viaggiava per predicare la Buona Legge in luoghi in cui nessun altro sacerdote avrebbe osato avventurarsi. Perché quella era un epoca di violenze e tumulti, le strade non erano sicure per il viaggiatore solitario, anche se era un sacerdote.
Durante il suo primo lungo viaggio, a Kwairyo capitò di visitare la provincia di Kai (3). Una sera, mentre stava viaggiando attraverso le montagne di quella provincia, lo sorprese l’oscurità in un distretto disabitato, a chilometri di distanza da qualsiasi villaggio. Così si rassegnò a trascorrere la notte sotto le stelle, e trovato che ebbe un luogo erboso adatto a lato della strada, si sdraiò e si preparò a dormire. Non aveva mai avuto paura delle scomodità e gli andava bene anche dormire su una nuda roccia, se non riusciva a trovare niente di meglio, e per lui la radice di un pino era un ottimo cuscino. Il suo corpo era come l’acciaio, e non si era mai preoccupato di rugiada, pioggia, gelo o neve.
Si era appena coricato, quando un uomo arrivò lungo la strada portando un’ascia e un grande fascio di legna tagliata. Il taglialegna si fermò vedendo Kwairyo sdraiato e, dopo averlo osservato per qualche istante in silenzio, disse con un tono molto sorpreso:
«Che razza di uomo puoi essere, mio buon signore, se hai il coraggio di sdraiarti da solo in un posto come questo? È frequentato da apparizioni e spettri, moltissimi, non hai paura delle "Cose Pelose"?»
«Amico mio», rispose gentilmente Kwairyo, «sono solo un sacerdote itinerante, un “Ospite delle Nuvole e dell’Acqua”, come ci chiama la gente: Unsui-no-ryokaku (4). E non ho il minimo timore delle "Cose Pelose", se intendi spiriti maligni in forma di volpi o di tassi, o altre creature del genere. E quanto ai luoghi solitari, mi piacciono: sono adatti alla meditazione. Sono abituato a dormire all’aria aperta e ho imparato a non temere per la mia vita».
«Devi essere davvero un uomo coraggioso, onorevole sacerdote», replicò il taglialegna, «per metterti a dormire qui! Questo posto ha una cattiva fama, molto cattiva. Ma come dice il proverbio: “Kunshi ayayuki ni chikayorazu” [“L’uomo che occupa una posizione elevata non deve esporsi inutilmente al pericolo”], e ti posso assicurare, mio signore, che è molto pericoloso dormire qui. Perciò, anche se la mia casa non è altro che una piccola e misera capanna, permettimi di pregarti di venire a casa con me. Non posso offrirti nulla da mangiare, ma troverai almeno un tetto sotto cui potrai dormire senza pericolo».
Aveva parlato con molta serietà, e Kwairyo, apprezzando il tono gentile dell’uomo, accettò la sua modesta offerta. Il taglialegna lo guidò lungo uno stretto sentiero, che conduceva dalla strada principale attraverso il bosco che ricopriva la montagna. Era un sentiero selvaggio e pericoloso, che a volte costeggiava precipizi, altre volte non offriva altro che una rete di radici scivolose per fermarsi a riposare, e altre volte ancora serpeggiava al di sopra o attraverso ammassi di rocce frastagliate. Ma alla fine Kwairyo si trovò su uno spazio aperto in cima a una collina con la luna piena che brillava su di lui e vide davanti a sé una piccola e modesta capanna gradevolmente illuminata dall’interno. Il taglialegna lo condusse a una tettoia sul retro della casa, dove arrivava l’acqua attraverso tubi di bambù collegati a un ruscello vicino, e i due uomini si lavarono i piedi. Al di là della tettoia c’era un orto e un boschetto di cedri e bambù, e oltre gli alberi s’intravedeva lo scintillio di una cascata che scendeva dall’alto e ondeggiava alla luce della luna come un lungo abito bianco.
Quando Kwairyo entrò nella capanna insieme alla sua guida, vide quattro persone, uomini e donne, che si riscaldavano le mani a un piccolo fuoco acceso nel ro (5) della stanza principale. S’inchinarono leggermente al sacerdote e lo salutarono con il massimo rispetto. Kwairyo si stupì che persone tanto povere e che vivevano così isolate dal mondo conoscessero le forme cortesi di saluto. “Questa è brava gente”, pensò, “e devono essere stati istruiti da qualcuno che ben conosceva le regole della buona educazione”. Poi, rivolgendosi al suo ospite, l’aruji o padrone di casa, come lo chiamavano gli altri, disse:
«Dal tuo modo gentile di parlare e da questo benvenuto pieno di cortesia che mi è stato dato dai tuoi immagino che tu non sia stato sempre un taglialegna. Forse in passato facevi parte di una delle classi superiori?»
Sorridendo il taglialegna rispose:
«Non ti sei sbagliato, mio signore. Anche se ora vivo in queste condizione, un tempo sono stato una persona di una certa distinzione. La mia storia è la storia di una vita rovinata, rovinata da un errore da me commesso. Ero al servizio di un daimyo e il mio grado al suo servizio era tutt’altro che basso. Ma mi piacevano troppo le donne e il vino e accecato dalla passione mi comportai in modo malvagio. Il mio egoismo portò alla rovina della nostra casa e provocò la morte di molte persone. La punizione mi colpì, e per lungo tempo continuai a fuggire attraverso il paese. Ora prego spesso di avere la possibilità di riparare in qualche modo al male che ho fatto e di ricostruire la casata dei miei antenati. Ma ho paura che non troverò mai un modo per farlo. Tuttavia mi sforzo di superare il karma dei miei errori con il pentimento sincero e di aiutare per quanto posso coloro che sono in disgrazia».
A Kwairyo piacque questa dichiarazione di buone intenzioni e disse all’aruji:
«Amico mio, ho avuto occasione di vedere che una persona in preda alla follia durante la gioventù può arrivare col passare degli anni a vivere una vita onesta e pura. Nei sacri sutra è scritto che coloro che sono i peggiori peccatori possono diventare, grazie alla forza di una buona decisione, i migliori benefattori. Sono certo che il tuo cuore è buono e spero che ti arriderà una migliore fortuna. Questa notte reciterò i sutra per la tua sorte e pregherò che tu possa ottenere la forza di superare il karma di tutti gli errori del passato».
Rassicurandolo in questo modo, Kwairyo diede la buona notte all’aruji, e questi gli mostrò una piccolissima stanza laterale dove era stato preparato un letto. Poi tutti andarono a dormire, tranne il sacerdote che cominciò a leggere i sutra alla luce di una lanterna di carta. Continuò a leggere e pregare fino a tarda ora, poi aprì una finestrella nella sua stanzetta per dare un’ultima occhiata al paesaggio prima di coricarsi. Era una bella notte: non c’erano nuvole in cielo né vento, e la forte luce della luna gettava nitide ombre nere tra le foglie e brillava sulla rugiada del giardino. Stridii di grilli e di “insetti campana” (6) producevano un clamore musicale, e il suono della cascata vicina si faceva più profondo nella notte. Udendo il rumore dell’acqua Kwairyo si sentì assetato e, ricordando l’acquedotto di bambù dietro la casa, pensò che avrebbe potuto andare a bere lì, senza disturbare la gente di casa che dormiva. Fece scivolare di lato con molta cautela la parete scorrevole che separava la stanza dall’abitazione principale e alla luce della lanterna vide i corpi sdraiati… senza testa!
Per un attimo fu disorientato pensando che fosse stato commesso un delitto. Ma subito dopo si accorse che non c’era sangue e che i colli senza testa non sembravano essere stati tagliati. Allora pensò tra sé: “O si tratta di un’illusione creata dai goblin, oppure sono stato attirato nell’abitazione di un Rokuro-Kubi…(7) Nel libro di Soshinki (8) sta scritto che se uno trova il corpo di un Rokuro-Kubi senza testa e trasporta il corpo in un altro luogo, la testa non potrà mai ricongiungersi al collo. E il libro aggiunge che se la testa ritorna e scopre che il suo corpo è stato spostato, colpirà il suolo tre volte, rimbalzando come una palla, poi ansimerà in preda al più grande terrore e subito dopo morirà.
Ora, se questi sono dei Rokuro-Kubi, non hanno buone intenzioni nei miei confronti, per cui sarò giustificato se seguirò le istruzioni del libro…”.

Afferrò per i piedi il corpo dell’aruji, lo spinse verso la finestra e lo buttò fuori. Poi andò alla porta posteriore, che trovò sprangata, e ipotizzò che le teste fossero uscite attraverso il foro per il fumo sul tetto, che era stato lasciato aperto. Aprendo delicatamente la porta, si diresse verso il giardino e procedette con tutta la prudenza possibile verso il bosco al di là di esso. Udì delle voci che discutevano nel bosco e si diresse da quella parte, scivolando furtivamente da un’ombra all’altra, finché raggiunse un buon nascondiglio. Poi, da dietro un tronco, intravide le teste, tutte cinque, che svolazzavano e nel frattempo chiacchieravano tra loro. Stavano mangiando insetti e vermi che trovavano nel suolo o tra gli alberi. Poco dopo la testa dell’aruji smise di mangiare e disse:
«Ah, quel prete itinerante che è arrivato stasera ha proprio un bel corpo grasso! Quando avremo finito di mangiarlo, le nostre pance saranno belle piene… È stato stupido da parte mia dirgli quello che ho fatto: è servito solo a fargli recitare i sutra per aiutare la mia anima! Avvicinarsi a lui durante la recitazione sarebbe difficile, e non possiamo toccarlo finché sta pregando. Ma è quasi mattina, e forse è andato a dormire… Uno di voi vada fino alla casa a vedere cosa sta facendo quel tipo».
Un’altra testa, quella di una giovane donna, si sollevò immediatamente e volò verso la casa leggera come un pipistrello. Dopo qualche minuto tornò e gridò a gran voce con un tono molto allarmato:
«Quel prete non è in casa, se n’è andato! Ma questa non è la cosa peggiore. Ha portato via il corpo del nostro aruji e non so dove l’ha buttato».
A questa notizia la testa dell’aruji, che si distingueva chiaramente alla luce della luna, assunse un aspetto orribile: gli occhi si allargarono mostruosamente, gli si rizzarono i capelli e digrignò i denti. Poi un urlo esplose dalle sue labbra e, piangendo lacrime di rabbia, esclamò:
«Se il mio corpo è stato portato via, non posso ricongiungermi a lui! Quindi devo morire!… E tutto per colpa di quel prete! Ma prima di morire lo troverò! lo divorerò!… E LUI È QUI! dietro quell’albero! è nascosto dietro quell’albero! Guardatelo, quel grasso vigliacco!»
Nello stesso istante la testa dell’aruji, seguita dalle altre quattro, balzò su Kwairyo. Ma il robusto sacerdote si era già procurato un’arma sradicando un giovane albero e con questo colpì le teste man mano che lo attaccavano, allontanandole da sé con colpi tremendi. Quattro di loro fuggirono. Ma la testa dell’aruji, benché colpita più e più volte, continuava furiosamente a saltare sul sacerdote e infine riuscì ad afferrarlo per la manica sinistra del vestito. Ma Kwairyo afferrò velocemente la testa per il nastro che legava i capelli e la colpì più volte, senza lasciare la presa fino a quando non emise un lungo gemito e cessò di lottare. Era morta. Ma i denti tenevano ancora stretta la manica e a causa della loro grande forza Kwairyo non poté costringerla ad aprire le mascelle.
Con la testa che ancora gli pendeva dalla manica tornò alla casa e qui vide gli altri quattro Rokuro-Kubi accovacciati insieme, con le teste ammaccate e sanguinanti riunite ai corpi. Ma non appena si accorsero della sua presenza alla porta posteriore, gridarono tutti insieme: «Il prete! Il prete!» e fuggirono nel bosco attraverso l’altra.
A oriente il cielo si andava schiarendo, stava per nascere il giorno, e Kwairyo sapeva che il potere di goblin era limitato alle ore di oscurità. Osservò la testa attaccata alla manica, con la faccia sporca di sangue, bava e terra, e rise forte pensando tra sé: “Ma che bel miyage!9 la testa di un goblin!” Dopo di che raccolse i suoi pochi averi e senza affrettarsi discese la montagna per continuare il viaggio.

Viaggiò fino a quando arrivò a Suwa nella provincia di Shinano (10) e camminò solennemente lungo la strada principale di Suwa con la testa che gli dondolava al gomito. Donne svennero e bambini gridarono e corsero via, accorse molta folla e ci fu un grande clamore, fino a quanto la torite (come allora veniva chiamata la polizia) prese il sacerdote e lo portò in prigione. Infatti ipotizzarono che la testa fosse quella di un uomo assassinato che, nel momento in cui veniva ucciso, aveva stretto fra i denti la manica dell’assassino. Quanto a Kwairyo, si limito a sorridere e non rispose nulla alle loro domande. Così, dopo aver trascorso una notte in prigione, fu condotto alla presenza dei magistrati del distretto. Gli ingiunsero di spiegare in che modo lui, un sacerdote, fosse stato trovato con la testa di un uomo attaccata alla manica e perché avesse osato sbandierare con tanta sfacciataggine il suo delitto davanti alla gente.
A questa domanda Kwairyo rise forte e a lungo, poi rispose:
«Miei signori, non ho attaccato la testa alla manica: ci si è attaccata da sola, contro la mia volontà. E non ho commesso alcun delitto. Perché questa non è la testa di un uomo, ma di un goblin, e aver provocato la morte di un goblin non è stato uno spargimento di sangue, ma semplicemente una precauzione indispensabile per garantire la mia incolumità».
E continuò raccontando tutta l’avventura, ridendo nuovamente di cuore quando riferì dello scontro con le cinque teste.
Ma i magistrati non risero. Lo giudicarono un feroce criminale e considerarono tutta la storia un insulto alla loro intelligenza. Perciò, senza fare altre domande, decretarono di disporre per la sua immediata esecuzione, tutti tranne uno, un uomo molto vecchio. Questo anziano magistrato non aveva fatto commenti durante il processo, ma dopo aver ascoltato l’opinione dei colleghi, si alzò e disse:
«Permettetemi di esaminare attentamente quella testa, dal momento che penso non sia ancora stato fatto. Se questo sacerdote ha detto la verità, sarà la stessa testa a testimoniare per lui… Portatemi qui la testa!»
Allora la testa, che stringeva ancora tra i denti il koromo che era stato tolto dalle spalle di Kwairyo, fu portata alla presenza dei giudici. Il vecchio la rigirò da ogni lato, la esaminò con attenzione e scoprì sul collo sotto la nuca numerosi strani caratteri di colore rosso. Richiamò l’attenzione dei colleghi su quei segni e li esortò anche a notare che i bordi del collo non presentavano segni di essere stati tagliati da un’arma. Al contrario, la linea di distacco era liscia come quella di una foglia caduta da un ramo… Allora disse agli altri:
«Sono quasi certo che questo sacerdote non ci ha detto altro che la verità. Questa è la testa di un Rokuro-Kubi. Nel libro Nan-ho-i-butsu-shi è scritto che sul collo sotto la nuca di un vero Rokuro-Kubi si trovano sempre dei caratteri di colore rosso. I caratteri ci sono: potete vedere voi stessi che non sono stati dipinti. Inoltre è risaputo che questa specie di goblin ha abitato tra le montagne della provincia di Kai fin dai tempi più antichi. Ma voi, signore», esclamò rivolgendosi a Kwairyo, «che razza di sacerdote siete, per essere così forte e deciso? Di sicuro avete dato prova di un coraggio che pochi sacerdoti possiedono e avete l’aspetto di un soldato più che quello di un sacerdote. Forse un tempo avete fatto parte della classe dei samurai?»
«Avete indovinato, mio signore», rispose Kwairyo. «Prima di diventare sacerdote ho esercitato a lungo la professione delle armi e a quei tempi non avevo paura di nessuno, uomo o demone. Il mio nome era Isogai Heidazaemon Taketsura di Kyushu: probabilmente alcuni tra di voi se ne ricordano».
All’udire questo nome un mormorio di ammirazione si diffuse nell’aula del tribunale, perché molti dei presenti si ricordavano di lui. E da un momento all’altro Kwairyo si trovò fra amici invece che tra giudici, amici ansiosi di dimostrargli la loro ammirazione con gentilezza fraterna. Lo accompagnarono con tutti gli onori alla residenza del daimyo, che lo accolse e lo festeggiò, facendogli splendidi doni perché potesse ripartire. Quando Kwairyo lasciò Suwa era felice come può esserlo un sacerdote in questo mondo di passaggio. Quanto alla testa, la portò con sé, ripetendo scherzosamente che la considerava un miyage.
E ora non rimane che raccontare qualcosa su quella testa.
Un paio di giorni dopo, mentre si allontanava da Suwa, Kwairyo s’imbatté in un bandito che lo fermò in un luogo solitario e gli ordinò di spogliarsi. Kwairyo si tolse il koromo e lo porse al bandito, che si accorse subito di qualcosa che pendeva dalla manica. Il bandito, anche se era un uomo coraggioso, si spaventò, lasciò cadere a terra il vestito e fece un salto all’indietro esclamando:
«Che razza di prete sei? Diamine, sei un uomo più malvagio di me! È vero che ho ucciso della gente, ma non ho mai passeggiato con la testa di qualcuno appesa alla manica… Ebbene, caro il mio sacerdote, mi sa che noi due siamo fatti della stessa pasta e devo dire che ti ammiro! Questa testa potrà tornarmi utile: posso usarla per terrorizzare la gente. Vuoi vendermela? Ti darò i miei vestiti in cambio del tuo koromo e in più cinque ryō per la testa».
Kwairyo rispose:
«Se insisti, ti darò la testa e il vestito, ma ti devo avvertire che non è la testa di un uomo. È la testa di un goblin. Quindi, se la comperi e passerai dei guai, ricordati che non è stata colpa mia».
«Che prete simpatico sei!» esclamò il rapinatore. «Ammazzi la gente e ci scherzi sopra!… Ma io sto parlando seriamente. Questo è il mio vestito e questi sono i soldi, dammi quella testa. A che serve scherzare?»
«Prenditela», disse Kwairyo. «Non stavo scherzando. L’unico scherzo, se così si può chiamare, è che sei abbastanza pazzo da pagare per la testa di un goblin».
E Kwairyo, ridendo forte, riprese il cammino.
E così il bandito prese la testa e il koromo e per un po’ si finse il sacerdote del goblin lungo le strade. Ma quando giunse nei dintorni di Suwa, venne a sapere la vera storia di quella testa ed ebbe paura che lo spirito del Rokuro-Kubi potesse procurargli dei guai. Allora decise di riportare la testa nel luogo da cui era venuta e di seppellirla insieme al suo corpo. Trovò la strada per la capanna solitaria tra le montagne di Kai, ma non c’era nessuno e non riuscì a trovare il corpo. Perciò seppellì la testa da sola dietro la capanna, collocò una lapide sulla tomba e fece celebrare una cerimonia Segaki (11) per aiutare lo spirito del Rokuro-Kubi. E si dice che quella lapide, conosciuta con il nome di “Lapide del Rokuro-Kubi”, si può vedere ancora oggi.

NOTE

  1. Il periodo di Eikyo va dal 1429 al 1441.
  2. Si chiama così la parte superiore del vestito di un sacerdote buddista.
  3. Attualmente la prefettura di Yamanashi.
  4. Termine che designa un sacerdote itinerante.
  5. Una specie di piccolo focolare ricavato nel pavimento di una stanza. Solitamente il ro è una cavità quadrata e poco profonda, rivestita di metallo e riempita a metà di cenere in cui viene bruciato del carbone.
  6. Traduzione letterale di suzumushi, una specie di grillo con uno stridio caratteristico che ricorda una piccola campana, da cui il nome.
  7. Il rokuro-kubi è immaginato di solito come un goblin il cui collo può allungarsi a dismisura, ma che malgrado ciò resta attaccato al corpo.
  8. Una raccolta cinese di racconti sul soprannaturale.
  9. Dono fatto ad amici o alla gente di casa al ritorno da un viaggio. Di solito il miyage consiste in qualcosa prodotto nella località in cui è stato fatto il viaggio: questo è il significato della battuta di Kwairyo.
  10. Attualmente la prefettura di Nagano.
  11. Segaki è la cerimonia Giapponese degli “Spiriti Affamati”. I fedeli, condotti da un monaco, attirano gli spiriti affamati nella sala di meditazione o fuori casa di notte senza luci con invocazioni e rumori assordanti per offrire loro frutta e sutra, recitati da un monaco rivolto verso est per la pace delle anime in pena. La cerimonia si conclude con l’aspersione dell’aria con acqua purificata al fine di scongiurare la presenza degli spiriti.

Testo originale in: http://www.sacred-texts.com/shi/kwaidan/kwai10.htm




Difetti e fiori
Racconto cinese

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei portava
sulle spalle. Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua
alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto.
Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua.
Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati.
Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà
di ciò per cui era stato fatto.
Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino:
“Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa si che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada
verso la vostra casa
”.
La vecchia sorrise: ” Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte
dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo
lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi.

Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola.
Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa
”.



Il guerriero Kumagai
Leggenda giapponese

Kumagai Naozane era un uomo forte, coraggioso, implacabile. In campo di battaglia sembrava guidato dai demoni.
La sua spada cadeva come folgore sui nemici, e ne faceva strage. Tutti lo ammiravano e nello stesso tempo, lo temevano. La luce dei sentimenti pietosi non illuminava l'anima del guerriero.

"Non penso che a vincere." - Confessava Kumagai, quasi con arroganza.

Portava sempre il costume bellico. Sembrava un dio crudele, scintillante di acciaio.
Nella furiosa battaglia d'Ichi-no-tani si rivelò, come sempre, condottiero di volontà durissima.
Prima che il combattimento si concludesse con una nuova vittoria dell'eroe, un armigero che portava sul costume fulgido di guerra un lungo ramo fiorito, affrontò Kumagai.

"Lo sai, sciocco, chi è l'uomo con cui vuoi misurarti? L'infallibilità della mia spada non può concederti illusioni."

"Non ho illusioni"
- disse, con voce limpida e dolce, il combattente dal ramo fiorito spinse il suo puledro bianco contro il focoso cavallo nemico.

L'impeto della lotta gettò a terra i due uomini. Kumagai ebbe presto il sopravvento. Prima di finire l'avversario, tolse a questi l'elmo. Un puro volto d'angelo lo lasciò perplesso.

"Chi sei, ragazzo?"

"Non ha importanza. Uccidimi e sappi che non ti porto rancore. Budda dice: chi giunge a me con l'anima bianca, avrà il premio".

"Di chi sei figlio?"

"Sono figlio di Tsunemori, consigliere capo dei palazzi imperiali. Ho sedici anni, amo la musica e la poesia.
Da qualche giorno ho finito di scrivere un poema in cui, presagendo la fine, mi accommiato dalla Terra."

Per la prima volta Kumagai, il guerriero implacabile, il crudo eroe, provò compassione per il nemico.
Anche lui aveva un figlio di sedici anni. E nella mattina, il suo Kojiro, era stato ferito in combattimento.

"Desidererei salvarti ragazzo" - disse dopo qualche attimo di meditazione. - "Fuggi..."

"No, un guerriero, anche se è giovane, anche se potrebbe aspettarsi molti doni dall'esistenza, non fugge.
Mi hai sconfitto devi uccidermi."

Kumagai pensò che se avesse liberato un simile avversario, la sua fama di guerriero implacabile avrebbe avuto una grave scossa... Poi, il giovane, fuggendo si sarebbe certamente imbattuto in altri nemici che lo avrebbero ucciso senza preoccuparsi, magari, di rendere gli onori funebri alle sue spoglie.

"Fino al mio ultimo giorno di vita" - promise infine Kumagai al fierissimo ragazzo - "pregherò per l'anima tua."

A denti stretti, trattenendo le lacrime, il guerriero famoso, con un colpo di sciabola, troncò la testa allo splendido, fierissimo adolescente. Finita la battaglia fece consegnare alla madre e al padre il corpo del giovanissimo eroe.
Ma il gesto pietoso non placò il suo dolore.
Pensava continuamente all' avversario sedicenne, alla tenera pianticella così presto spezzata e, di nascosto, nelle lunghe notti insonni, piangeva.
Vedeva, di continuo, dinanzi a sè, il volto angelico del bellissimo giovinetto, riudiva la sua voce gentile.
Fece il voto di non uccidere più nessuno, di non portar più armi.
Si ritirò nel tempio di Kurodani, a Kyoto. Trascorreva le sue giornate pregando per l'eroico ragazzo, meditando le sublimi parole di Budda:

Chi fa soffrire le creature non è degno dell'eternità felice.
Solo la misericordia che sboccia nell'animo generoso apre all'uomo le porte sfavillanti dei Cieli.



la creazione degli animali
Fiaba indiana

C'era una volta Napi, che era l'aiutante del Sole: il Sole riscaldava la Terra mentre Napi faceva tutti i lavori di manutenzione.

Un giorno Napi aveva terminato presto i suoi lavori, e dato che non era abituato a tenere le mani ferme, prese un blocco di argilla e cominciò a modellare con un blocco di argilla. Una dopo l'altra fece le figurine di tutti gli animali della Terra. Era molto soddisfatto del suo lavoro: soffiò sopra ogni figurina, dando a ciascun animale un nome e un luogo da popolare sulla Terra.

Era rimasto un piccolo blocchetto di argilla.
Napi lo pasticciò un po', poi fece un'altra figurina e disse: Ti chiamerai uomo, ed abiterai tra i lupi.

Napi tornò al suo lavoro, ma un giorno arrivarono gli animali a protestare: il bisonte non riusciva a vivere in montagna perché era troppo ripida, le capre della prateria non amavano vivere nell'acqua, la tigre non si adattava vicino al mare e così via.
Allora Napi ridiede a tutti nuove abitazioni, e questa volta furono tutti soddisfatti. Tutti, tranne l'uomo, che vaga dappertutto per trovare un luogo che lo soddisfi.


Libertà dalle opinioni
Un racconto di Siddhartha Gautama

Un giorno un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto.
Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: "Abbiamo capito: l'elefante è simile a un timone ricurvo".
Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: "È simile a un grosso ventaglio".
Quelli che avevano toccato una zanna dissero: "Assomiglia a un pestello".
Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: "Assomiglia a un monticello".
Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: "È simile a un muro".
Quelli che avevano toccato una gamba dissero: "È simile a un albero".
Quelli che avevano preso la coda dissero: "Assomiglia a una corda".
Ognuno era convinto della propria opinione. E, a poco a poco, la loro discussione divenne una rissa.
Il re si mise a ridere e commentò:
"Questi ciechi discutono e altercano.
Il corpo dell'elefante è naturalmente unico,
e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori".




Il serpente ingrato
Favola popolare nella Repubblica degli Udmurti (o Udmurzia),
 situata tra i fiumi Kama e Vjatka e abitata dai discendenti delle popolazioni finniche
della Russia del centro-nord, che costituirono nel XIV secolo un principato autonomo
sotto i Mongoli-Tatari, poi conquistato e colonizzato dalla Russia nel XVI secolo.


In una giornata di tardo autunno (faceva molto freddo, i corsi d’acqua erano già ghiacciati) un cacciatore si senti chiamare:

Buon uomo, salvami! La mia coda si è attaccata al ghiaccio.

Attraversando un ruscello, improvvisamente ghiacciatosi, un serpente era rimasto prigioniero.
Il cacciatore accorse, spaccò il ghiaccio col calcio del fucile e liberò il rettile intirizzito:

Scaldami, ti prego, o morirò – tornò a pregare il serpente con voce melliflua.

Fiducioso, l’uomo prese il serpente e se lo mise sotto la giubba. Quando la bestia tornò in sé sibilò:

Grazie per avermi salvato la vita, ma, purtroppo, dovrò morderti. Mi hanno sempre insegnato che al bene si risponde col male.

Aspetta un momento, serpente – rispose l’uomo – ti hanno informato male: a me hanno sempre detto che il bene va ricambiato con altrettanto bene. Non sei persuaso? Chiediamo al primo che passa, uomo o animale che sia. E vedremo chi di noi due ha ragione.

Il serpente fu d’accordo e si arrotolò dentro il giubbotto, sul petto del cacciatore.
Continuarono la loro strada. Incontrarono una mucca e la interrogarono. Essa, dopo averli ascoltati, rispose:

Al bene bisogna rispondere col bene. Il mio padrone mi dà il fieno e io gli do il latte.

Come vedi, devi lasciarmi andare – fece notare il cacciatore al serpente.

Non è detto – replicò il rettile – la mucca è una grossa bestia stupida; chiediamo a qualcun altro.

Strada facendo, incontrarono il cavallo, che però fu d’accordo col cacciatore e con la mucca:

Il mio padrone mi dà la biada e io gli tiro il carro.

Ma anche questa volta il serpente rimase della sua idea:

La mucca e il cavallo sono animali domestici e quindi stanno sempre dalla parte dell’uomo; proviamo a sentire che cosa ne pensano gli animali della selva.

Stavano appunto attraversando un fitto bosco, ed ecco scorsero, arrampicato su un albero, un gatto selvatico.

Giudica tu chi di noi due ha ragione – lo interpellò il serpente – Quest’uomo mi ha salvato la vita e io lo devo per forza mordere, sono o non sono un serpente? Dicci tu in che modo bisogna contraccambiare il bene.

Sono troppo vecchio e non ci sento bene. Fatti più vicino – rispose gentilmente il gatto.

Il serpente ripetè la domanda più vicino all’orecchio del gatto. Fu allora che questi, all’improvviso, lo strinse tra le unghie e lo soffocò.
Il cacciatore respirò di sollievo, l’aveva scampata bella! Si mise il gatto in spalla e tornò a casa. Da allora l’uomo e il gatto vivono insieme, amici.




Il leone e la volpe
Fiaba indiana


C'era una volta in una foresta profonda un leone, che terrorizzava tutti gli animali perché li uccideva non per fame ma per fare loro del male. Gli animali, stanchi della situazione, si riunirono per vedere se riuscivano a fare qualcosa per cambiare il tutto. Andarono dal leone, gli si inchinarono e gli dissero:

"O potente leone, tu ci stai uccidendo tutti indiscriminatamente. Ti proponiamo una cosa: giornalmente ti manderemo uno di noi a scelta, ma dovrai lasciare in pace tutti gli altri!"

Il leone accettò.

Per primo toccò all'elefante; poi ad una scimmia; il terzo giorno fu il turno della volpe. La volpe arrivò di fronte al leone in ritardo, dicendogli:

"Sarei arrivata prima, ma l'altro leone della foresta mi ha trattenuto. Scusami per il ritardo."

Il leone dimenticò il suo appetito e si adirò:

"Come, c'e un altro leone nella foresta?"

"Sì, mio sovrano e mi ha detto di dirti che appena ti incontra ti fa a pezzi!"

Il leone decise di andare a cercarlo:

"Dimmi dov'è!" - chiese alla volpe.

La volpe lo accompagnò fino ad una radura dove c'era un profondissimo pozzo e poi gli disse, indicandogli il pozzo:

"E' qui dentro!"

Il leone guardò nel pozzo e vide un leone cattivo che lo guardava: gli si buttò contro... affogando miseramente.

Fu così che gli animali della foresta furono salvati dalla piccola volpe.


 

Yin e Yang
Leggenda cinese

Chang-E e suo marito Hou Yi, il prodigioso arciere,
vivevano durante il regno del leggendario imperatore Yao (2000 a.C. circa).
Hou Yi era un valente membro della Guardia Imperiale che maneggiava un arco magico e scoccava frecce magiche.
Un giorno nel cielo apparvero dieci soli.
La gente sulla terra non riusciva più sopportare il caldo e la siccità che ormai continuavano da diversi anni.
L’imperatore decise allora di chiamare Hou Yi ordinandogli di tirare ai soli in soprannumero
per eliminarli dal cielo e soccorrere così la popolazione.
Facendo uso della sua abilità, Hou Yi ne abbattè nove lasciandone solo uno.
La sua fama si diffuse, allora, fino giungere alla Regina Madre d’Occidente (Xi Wang Mu) nei lontani Monti Kunlun.
Essa lo convocò al suo palazzo per ricompensarlo con la pillola dell’immortalità, ma avvertendolo così:
"Non devi mangiare la pillola immediatamente. Prima devi prepararti per 12 mesi con la preghiera e il digiuno".
Essendo un uomo diligente, egli prese a cuore il consiglio e iniziò i preparativi nascondendo,
prima di tutto, a casa sua la pillola. Sfortunatamente fu chiamato d’improvviso per una missione urgente.
In sua assenza, la moglie Chang-E notò una luce fioca e un dolce odore emanare da un angolo della stanza.
Una volta presa la pillola nella mano, non riuscì a trattenersi dall’assaggiarla.
Nel momento in cui la ingoiò la legge di gravità perse il suo potere su di lei.
Poteva volare! Non molto tempo dopo sentì suo marito ritornare e terrorizzata volò fuori della finestra.
Arco e frecce in mano, Hou Yi la inseguì per mezzo cielo, ma un forte vento lo riportò a casa.
Chang-E volò dritta sulla Luna, ma quando arrivò, ansimava così forte per lo sforzo compiuto,
che sputò l’involucro della pillola, la quale si tramutò istantaneamente in un coniglio di giada,
mentre lei divenne un rospo a tre zampe.
Da allora Chang-E vive sulla luna respingendo le frecce magiche che il marito le tira.
Hou Yi si costruì un palazzo sul sole ed essi si vedono il quindicesimo giorno di ogni mese.
Chang-E e Hou Yi, simboli, rispettivamente della luna e del sole,
sono divenuti espressione di yin e yang,
negativo e positivo,
buio e luce,
femminile e maschile,
ossia della dualità che governa l’universo.



 
I tre ostacoli

Un giorno un Maestro accolse tre candidati che volevano diventare suoi discepoli.
Al primo incontro il Maestro iniziò a comportarsi in modo eccentrico a tavola,
facendo discorsi assurdi e avendo atteggiamenti strani.
Disse anche talune parolacce e mangiò il suo cibo con le mani,
asciugandosi la bocca al polsino della camicia.
Uno di questi tre discepoli se ne andò, scandalizzato di questo atteggiamento.
Il secondo fa avvisato dai discepoli anziani (istruiti così dal Maestro) che questi era un truffatore,
che si stavano organizzando per fargliela pagare e che lui doveva stare ben attento a fidarsi di un uomo così.
Anche il secondo uscì dal gruppo. Al terzo il Maestro proibì categoricamente
di prendere la parola ogni volta che la chiedeva e di porre qualsiasi tipo di domande.
Anche il terzo se ne andò, sdegnato ed offeso.
Quando il Maestro fu solo con i suoi allievi disse:
“Il comportamento di coloro che se ne sono andati illustra tre validi concetti.
Il primo “non giudicare a prima vista”.
Il secondo “non giudicare cose di grande importanza da ciò che dicono gli altri”.
Il terzo “non fare della tua percezione di stima ed apprezzamento altrui il metro per il tuo giudizio su di loro.”



 
La meravigliosa arte del gatto
Vincere senza uccidere

Tempo fa, nel mio villaggio viveva un gatto che passava le sue giornate a dormire.
Non c'era niente che lasciasse supporre la benchè minima forza spirituale in lui.
Era sempre là, sdraiato come un pezzo di legno.
Nessuno l'aveva mai visto prendere un topo.

Ma dove lui dormiva e viveva, nei dintorni, non c'erano topi.
Un giorno andai da lui e gli chiesi come si doveva interpretare questo fatto:
non vi fu alcuna risposta.

Per tre volte ancora gli posi la stessa domanda:
egli continuò a tacere, non perché non voleva rispondere,
ma perché, con tutta evidenza, non sapeva cosa dire.

Fu così che compresi che "Colui che sa qualcosa, non la conosce".
Quel gatto aveva dimenticato sé stesso,
ed allo stesso modo tutte le cose attorno a lui:
era diventato "nulla", avendo raggiunto il più Alto grado di non-intenzionalità.

Egli aveva trovato, senza alcun dubbio,
la Divina Via del Guerriero:

Vincere senza uccidere.




La Virgola

C’era una volta una virgola seccata dalla poca considerazione in cui tutti la tenevano.
Perfino i bambini delle elementari si facevano beffe di lei.
Che cos’è una virgola, dopo tutto? Nei giornali nessuno la usa più. La buttano, a casaccio.
Un giorno la virgola si ribellò.
Il Presidente scrisse un breve appunto dopo un lungo colloquio con il Presidente avversario:
 
“Pace, impossibile lanciare i missili”

e lo passò frettolosamente al suo generale.
In quel momento la piccola, trascurata virgola mise in atto il suo piano e si spostò.
Si spostò solo di una parola, appena un saltino.
Quello che il generale lesse fu:

“Pace impossibile, lanciare i missili”.

E scoppiò la Guerra Mondiale.


Bisogna fare attenzione alle piccole cose. Sono il seme di quelle grandi.



 
La rana del pozzo
Racconto cinese

Una rana che viveva in un pozzo poco profondo disse un giorno alla tartaruga del Mar Orientale:

“Come sono felice! Esco dal pozzo, mi riposo sui mattoni sbrecciati,
nuoto nell’acqua,  con le ascelle sommerse e il muso in superficie.
Pesto il fango, con zampe appena immerse.
Quanto ai gamberi, granchi e girini, nessuno può paragonarsi a me.
Per di più, sono l’unica a signoreggiare questo pozzo, entrandovi ed uscendovi a piacere.
Sono davvero al colmo della gioia! Perché non venite spesso qui a divertirvi?”

Mentre la tartaruga si apprestava ad entrare con la zampa sinistra nel pozzo,
il ginocchio destro si trovò subito ostacolato. La tartaruga ritirò a stento la zampa
e si mise a parlare del mare alla rana:

“La vastità del mare non può essere misurata in migliaia di chilometri
nè la sua profondità non può essere calcolata in migliaia di metri:
All’epoca di Yi, ci furono nove inondazioni in dieci anni, ma l’acqua del mare non è mai aumentata,
mentre all’epoca di Tang, ci furono sette siccità in otto anni, ma l’acqua del mare non è mai diminuita.
La quantità dell’acqua del mare non muta col tempo, nè con le siccità ne con le inondazioni.
Che gioia vivere nel Mare orientale!”

Dopo averla ascoltata, la rana si sentì sbalordita e repressa, come avesse perduto l’anima.


(Dedicato a coloro che si ritengono grandi talenti, ma che hanno in realtà scarse conoscenze).




Il maestro e lo scorpione
Racconto zen

Un maestro zen vide uno scorpione che stava annegando e decise di aiutarlo e sollevarlo dall’acqua.
Ma, quando lo fece, lo scorpione sentendosi minacciato lo punse.
Sentendo il colpo secco della puntura, il maestro mollò la presa e lo scorpione cadde ancora in acqua.
Ancora una volta il monaco lo sollevò ed ancora una volta lo scorpione lo punse.

Un discepolo dopo aver osservato la scena, interrogò il maestro sul perché della sua ostinazione.
Il maestro rispose così:

“La natura dello scorpione è di pungere,
ma questo non modificherà la mia che è quella di prestargli soccorso e di aiutare.”

Detto questo, il maestro ragionò sul da farsi e con l’aiuto di una foglia riuscì a salvare lo scorpione
senza essere nuovamente punto e continuò rivolto al suo discepolo:

“Non cambiare la tua natura in risposta al male che ti viene inferto, sii solo accorto.
Spesso chi aiuti non ti sarà grato, ma non per questo devi rinunciare all’amore e alla compassione che sono in te.
Alcuni inseguono la felicità, altri la raggiungono donandola.
Occupati solo della tua coscienza e non di ciò che la gente dice di te,
perché solo la tua coscienza è ciò che tu realmente sei,
la reputazione è ciò che gli altri credono tu sia.”




Il velo fatato
Fiaba giapponese

  C'era una volta un pescatore che viveva solo in una capanna vicino al mare.
La sua vita scorreva lenta e monotona, ma egli non se ne lamentava e il suo animo era sereno e soddisfatto.
Un giorno, come al solito, s'era recato con la sua barca in un bellissimo posto dove, oltre a una ricca pesca, poteva deliziare il suo sguardo ammirando le strane sculture delle rocce e i colori cangianti del cielo e del mare che si mescolavano formando un'unica tinta all'orizzonte.
Ad un tratto un intenso e soave profumo colpì le sue narici. Cercò di capire quale potesse essere l'origine
del misterioso aroma, ma non vi riuscì. Incuriosito, seguì la scia del profumo e si diresse remando con vigore verso la spiaggia. Giunse ai margini del bosco che costeggiava la riva, scese dalla barca e s'incamminò lungo un sentiero, sempre alla ricerca della fonte odorosa.
Quando il profumo divenne più forte, il pescatore alzò lo sguardo e vide, appoggiato sui rami di un pino, uno splendido velo. Era stupendo! L'uomo si arrampicò sull'albero e lo prese delicatamente. Lo annusò e si sentì stordito: aveva il profumo penetrante dei fiori e la fragranza di un mattino di primavera. Depose il velo sull'erba per osservarlo meglio. Era bello come non ne aveva mai visti prima: leggero e delicato come una tela di ragno, intessuto di raggi di sole frammisti a raggi di luna, tra i quali splendevano minuscole stelle lucenti.
Il pescatore lo piegò con cura e si stava avviando verso la barca, desideroso di andare a casa per mettere al sicuro quell'oggetto tanto prezioso.
All'improvviso dal folto del bosco apparve una deliziosa fanciulla.

Buon uomo, quello è mio! Quel velo che hai tra le mani appartiene alle ninfe celesti. Ti prego, restituiscimelo - gli disse con dolcezza.

L'uomo la guardò fissamente e poi le rispose:

Allora è veramente un velo prezioso! Sarei proprio sciocco a ridartelo…

A quel punto la fanciulla cominciò a piangere; le lacrime scendevano copiose sul suo splendido viso. L'uomo, guardandola estasiato, non potette fare a meno di commuoversi.

Ti prego, ridammelo, altrimenti non potrò più tornare dalle mie sorelle!

insistette la ninfa con voce di pianto.

Te lo restituirò, se resterai quaggiù con me a ballare le meravigliose danze del cielo

promise il pescatore che si era subito invaghito della bellissima donna.

La ninfa assicurò che sarebbe rimasta a danzare per lui, ma prima doveva restituirle il velo. L'uomo non voleva, temendo che lei se ne sarebbe andata via.

Le ninfe celesti non possono dire bugie - lo rassicurò la giovane.
Ho promesso che danzerò per te e così sarà. Ma senza il mio velo non posso far nulla.

Il pescatore si convinse e restituì il velo alla divina fanciulla, che iniziò subito una danza meravigliosa. Le sue braccia e il suo corpo disegnavano nell'aria eleganti movenze, i piedi sfioravano leggeri la terra. L'uomo, incantato dall'eccezionale spettacolo dato in suo onore, si sentiva immensamente lusingato.
Poi notò che a poco a poco, mentre volteggiava leggera, la ninfa cominciava a sollevarsi nell'aria. Il velo si alzò attorno a lei, come sostenuto da invisibili mani, e dal cielo piovvero magnifici fiori di tutti i colori. Il pescatore vide la ninfa salire sempre più in alto, su su fino a raggiungere la cima del sacro monte Fuji. Capì che stava andando via per sempre e volle allungare le braccia nel vano tentativo di fermarla. Ma uno strano torpore s'impadronì del suo corpo ed egli non riuscì a fare un gesto, né a dire una parola…
Intanto la ninfa spariva nella nebbia che avvolgeva le pendici del monte, oltre le candide nevi delle sue vette.
Una grande serenità invase il cuore dell'uomo che in quel momento si scosse. Si chiedeva meravigliato come mai si fosse addormentato in quel luogo e poi si avviò tranquillo verso la sua barca.
Ma il profumo dei fiori caduti dal cielo gli riportò alla mente il volto della donna stupenda che aveva danzato per lui sotto gli alberi del bosco, proprio lì vicino alla spiaggia...




Racconto Zen


Un maestro spirituale che predicava continuamente l’importanza di staccarsi dalle cose materiali,
venne invitato assieme ai suoi discepoli a una fiera dell’artigianato,
con oggetti provenienti da tutti i continenti.
Entrato nel primo padiglione, il maestro ci rimase il triplo del tempo impiegato
dagli altri per guardare gli oggetti esposti.
Stupiti, i discepoli tornarono indietro per capire perché ci mettesse tanto e lo trovarono
che ammirava incantato tutti gli oggetti esposti, uno per uno.
“Maestro”, dissero i discepoli, “tu che parli tanto di spiritualità e di distacco,
come mai ti sei fermato tanto davanti a questi oggetti?”.
Sorridendo, il maestro li guardò negli occhi e rispose:
“Cari discepoli, avete ragione. Il fatto è che sono veramente stupefatto
dal vedere la quantità di cose materiali che non mi servono per essere felice”.





La Vigna
di Cesare Pavese

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.
Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s'accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro.
Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l'uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più.
Se non forse sia stata proprio questa immobilità a incantare la vigna. Un sentiero l'attraversa all'insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul cielo vicino. Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l'attimo sarebbe durato come un germe e che un'ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l'avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest'attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com'era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. E' accaduto un istante fa, è l'istante stesso: l'uomo e il ragazzo s'incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L'uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l'accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d'ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest'estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell'anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l'evento che soggiace a tutti quanti e che tutti quanti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è: anzi è la vigna stessa.
E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l'attimo dell'incontro.




Una fiaba cinese
Il cavallo e il fiume

Un cavallino viveva nella stalla con la madre e non era mai uscito di casa, né si era mai allontanato dal suo fianco protettivo.
Un giorno la madre gli disse:
"E' ora che tu esca e che impari a fare piccole commissioni per me.
Porta questo sacchetto di grano al mulino!"
Con il sacco sulla groppa, contento di rendersi utile, il puledro si mise a galoppare verso il mulino.
Ma dopo un po' incontrò sul suo cammino un fiume gonfio d'acqua che fluiva gorgogliando.
"Che cosa devo fare? Potrò attraversare?" Si fermò incerto sulla riva.
Non sapeva a chi chiedere consiglio.
Si guardò intorno e vide un vecchio bue che brucava lì accanto.
Il cavallino si avvicinò e gli chiese: "Buongiorno, posso attraversare il fiume?"
"Certo, l'acqua non è profonda, mi arriva appena a ginocchio, vai tranquillo".
Il cavallino si mise a galoppare verso il fiume, ma quando stava proprio sulla riva in procinto di attraversare, uno scoiattolo gli si avvicinò saltellando e gli disse tutto agitato: "Non passare, non passare! È pericoloso, rischi di annegare!"
"Ma il fiume è così profondo?" Chiese il cavallino confuso.
"Certo, un amico ieri è annegato" raccontò lo scoiattolo con voce mesta.
Il cavallino non sapeva più a chi credere e decise di tornare a casa per chiedere consiglio alla madre.
"Sono tornato perché l'acqua è molto profonda" disse imbarazzato
"non posso attraversare il fiume".
"Sei sicuro? Io penso invece che l'acqua sia poco profonda"replicò la madre.
"E' quello che mi ha detto il vecchio bue, ma lo scoiattolo insiste nel dire che il fiume è pericoloso e che ieri è annegato un suo amico".
"Allora l'acqua è profonda o poco profonda? Prova a pensarci con la tua testa".
"Veramente non ci ho pensato".
"Figlio mio, non devi ascoltare i consigli senza riflettere con la tua testa.
Puoi arrivarci da solo. Il bue è grande e grosso e pensa naturalmente che il fiume sia poco profondo, mentre lo scoiattolo è così piccolo che può annegare anche in una pozzanghera e pensa che sia molto profondo".
Dopo aver ascoltato le parole della madre, il cavallino si mise a galoppare verso il fiume sicuro di sé.
Quando lo scoiattolo lo vide con le zampe ormai dentro il fiume gli gridò:
"Allora hai deciso di annegare?"
"Voglio provare ad attraversare".
E il cavallino scoprì che l'acqua del fiume non era né poco profonda come aveva detto il bue,
né troppo profonda come aveva detto lo scoiattolo.





Il serpente buddista

Un Bodhisattva ebbe l'infelice idea di convertire un feroce e spietato serpente ai principi
nonviolenti e compassionevoli del Buddismo.

Quale fu lo stupore del
Bodhisattva quando, appena un anno dopo, lo incontrò di nuovo.
Irriconoscibile. Pieno di graffi, tagli, segnato dalle percosse ...
Il sant'uomo, sbigottito, gli chiese cosa fosse accaduto.
Il serpente rispose che dal momento stesso in cui era divenuto buono aveva perso il rispetto di tutti,
nessuno lo temeva e chiunque, bambini compresi, lo malmenavano senza il benché minimo rimorso.
Nessuna paura? Bell'affare!
In cambio della sua silente affettuosità, della propria premurosa benevolenza, aveva ricevuto solo disprezzo.

A quel punto il
Bodhisattva strizzò gli occhi perplesso, ma sorrise.
Si rese conto di non esser riuscito a spiegar nulla del Buddismo,
men che meno di nulla riguardo la "retta condotta" di vita.
Rincuorò, quindi, la malcapitata belva puntualizzando che
per rinunciare agli sconsiderati appigli dell'ego, ai suoi attaccamenti,
nonché all'illusione d'un intramontabile sé, non avrebbe dovuto affatto immolarsi.

Gli chiarì che, semmai, il miglior sacrificio sarebbe stato quello di perseguire l'equilibrio.
E che l'atteggiamento eccessivamente bonario – l'esporsi, cioè, alla gogna – sarebbe equivalso solo a risvegliare le tendenze negative già presenti, quantunque assopite, negli altri.

Il feroce serpente si guardò intorno. Aveva afferrato subito la lezione.
Compassione non implica necessariamente il dover subire, sempre e comunque, ad oltranza.
Benevolenza non comporta l'esser costretti a sopportare i peggiori soprusi.
Amorevolezza non richiede, inevitabilmente, il proprio sacrificio.

Su la testa, si disse: "Ammonirò chi tenterà d'annientarmi dimostrandogli,
senza tentennamenti, a quali pericoli incorre ...
rinuncerò agli estremismi, ma verità e fermezza saranno le mie nuove guide"!





Il ragazzo con un bruttissimo carattere

C'era una volta un ragazzo con un bruttissimo carattere.
Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno sul muro del giardino
ogni volta che avrebbe perso la pazienza e avrebbe litigato con qualcuno.

Il primo giorno ne piantò 37 nel muro.

Le settimane successive, imparò a controllarsi, ed il numero di chiodi piantati
diminuì giorno dopo giorno: aveva scoperto che era più facile controllarsi che piantare chiodi.

Infine, arrivò un giorno in cui il ragazzo non piantò nessun chiodo sul muro.

Allora andò da suo padre e gli disse che quel giorno non aveva piantato nessun chiodo.
Suo padre gli disse allora di togliere un chiodo dal muro per ogni giorno in cui
non avesse mai perso la pazienza.

I giorni passarono e infine il giovane poté dire a suo padre che aveva levato tutti i chiodi dal muro.

Il padre condusse il figlio davanti al muro e gli disse:
"Figlio mio, ti sei comportato bene, ma guarda tutti i buchi che ci sono sul muro.
Non sarà mai come prima! Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di cattivo,
gli lasci una ferita come questa. Puoi piantare un coltello in un uomo e poi tirarglielo via,
ma gli resterà sempre una ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita resterà."

Una ferita verbale fa male tanto quanto una fisica.




Il congresso dei gatti d'arti marziali

Duecento anni fa, in Giappone, prima dell'era di Meiji, un maestro di Kendo, Shoken, era importunato da un grosso topo nella sua casa. La versione della storia è quella narrata dal grande Maestro Zen Taisen Deshimaru Roshi.


Tutte le notti, un grosso topo, penetrava nella casa del maestro Shoken impedendogli di dormire.

Era obbligato a riposare durante il giorno. S'accordò allora con un amico che allevava gatti, un ammaestratore di gatti. Shoken gli domandò: "Prestami il più forte dei tuoi gatti".

L'altro gli prestò un gatto di grondaia molto rapido ed abile nel catturare i topi;
le sue unghie erano forti ed i suoi salti potenti!
Ma quando entrò nell'alloggio, il topo risultò essere più forte ed il gatto fuggì.
Questo topo era davvero molto misterioso.

Shoken prese in prestito un secondo gatto, dal color fulvo, dotato di un Ki molto forte,
una forte energia ed uno spirito combattivo. Questo gatto entrò e combatté,
ma il topo ebbe la meglio ed anche il secondo gatto fuggì.

Fu provato un terzo gatto, bianco e nero, ma anche questo non poté vincere.

Shoken prese allora in prestito un quarto gatto, nero, vecchio, assai intelligente,
ma molto meno forte del gatto di grondaia e del gatto tigrato. Entrò, il topo lo guardò e s'avvicinò.
Il gatto si sedette, molto calmo, senza muoversi. Il topo iniziò allora a dubitare.
Si avvicinò ancora, leggermente impaurito, e repentinamente il gatto gli afferò il collo,
lo uccise e lo trascinò fuori dalla casa.

Shoken andò quindi a congratularsi con l'amico e gli disse:
"Ho spesso inseguito questo topo con la mia spada di legno, ma è lui che mi ha graffiato.
Perché questo gatto nero ha potuto vincerlo?".
L'amico gli rispose: "Bisogna organizzare una riunione ed interrogare i gatti.
Voi porrete le domande poiché siete un maestro di Kendo.
I gatti capiscono sicuramente le arti marziali."

Ci fu quindi un'assemblea di gatti presieduta dal gatto nero che era il più anziano.

Il gatto di grondaia disse: "Ero molto forte".
Il gatto nero allora gli domandò: "Perché non hai vinto dunque?"
Il gatto di grondaia rispose:
"Sono molto forte, possiedo molte tecniche per catturare i topi.
I miei artigli sono forti e i miei salti potenti ma questo topo non era come gli altri".
Il gatto nero allora dichiarò:
"La tua forza e la tua tecnica non possono essere al di là di questo topo.
Anche se i tuoi poteri ed il tuo waza sono molto forti,
non hai potuto vincere grazie alla tua arte. Impossibile!"

Allora parlò il gatto tigrato: "Sono molto forte, alleno sempre il mio Ki,
la mia energia, e la mia respirazione attraverso lo Zazen. Non mi nutro che di legumi
e zuppa di riso, per questo la mia attività è molto forte.
Ma non ho potuto vincere questo topo. Perché?"
Il vecchio gatto nero gli rispose:
"La tua attività ed il tuo Ki sono forti, ma questo topo era al di là di questo Ki.
Tu sei più debole del grosso topo.
Se il tuo Ki è troppo repentino, troppo breve, non sei altro che sopraffatto dalla passione.
Si può quindi dire, per esempio, che la tua attività è paragonabile all'acqua
che esce da un rubinetto, quella del topo è simile ad un potente getto d'acqua.
Ecco perché la forza del topo è superiore alla tua.
Anche se la tua attività è forte, in effetti essa è debole poiché hai un'eccessiva fiducia in te stesso."

Fu quindi il turno del gatto bianco e nero che non aveva potuto vincere.
Era molto forte e intelligente. Aveva il satori.
Aveva sperimentato tutti i waza e praticava lo Zazen.
Ma non era mushotoku (senza scopo né spirito di profitto), e anch'esso era dovuto fuggire.
Il gatto nero gli disse:
"Tu sei molto intelligente e forte, ma non hai potuto vincere
questo topo poiché avevi uno scopo e la sua intuizione era più grande della tua.
Quando sei entrato, ha capito subito il tuo stato mentale.
Per questo non hai potuto trionfare. Non hai saputo armonizzare la tua forza,
la tua tecnica e la tua coscienza attiva, che sono rimaste separate anziché unificarsi.
Mentre io, in un solo istante, ho utilizzato queste tre facoltà inconsciamente, naturalmente
ed automaticamente. È così che ho potuto uccidere il topo.

Ma qui vicino, nel villaggio accanto, conosco un gatto più forte di me.
È molto vecchio ed il suo pelo è grigio. L'ho incontrato, e non appare affatto forte!
Non mangia affatto carne né pesce, solamente guenmai (zuppa di riso),
qualche volta beve un po' di saké. Non ha mai preso un solo topo, tutti hanno paura
e fuggono davanti a lui. Non si avvicinano mai e così non ha mai avuto occasione di catturarne uno!

Un giorno è entrato in una casa infestata da topi. Tutti i topi sono rapidamente fuggiti.
Poteva cacciarli anche dormendo. Questo gatto grigio è veramente molto misterioso
.
Tu devi diventare come quello, essere al di là della posizione, della respirazione e della coscienza."

Grande lezione per Shoken, maestro di Kendo!




 Oltre le apparenze

Molti anni fa, in un povero villaggio cinese viveva un contadino con suo figlio. Il suo unico bene materiale, a parte la terra e la piccola casa di paglia, era un cavallo che aveva ereditato da suo padre.
Un giorno il cavallo scappò, lasciando l'uomo senza un animale per lavorare la terra.
I suoi vicini, che lo rispettavano molto per la sua onestà e diligenza, accorsero alla sua casa per dirgli quanto erano spiacenti di ciò che gli era accaduto.
Egli fu loro grato della visita, però chiese: "Come potete sapere che ciò che è accaduto sia una disgrazia nella mia vita?" Qualcuno dei vicini commentò a voce bassa con un amico: "Non vuole accettare la realtà, lasciamo che pensi ciò che vuole, così non si rattristerà per l'accaduto." Dunque i vicini se ne andarono, fingendo di essere d'accordo con ciò che avevano udito. Una settimana dopo il cavallo ritornò nella stalla, però non tornò da solo: tornò in compagnia di una stupenda cavalla. Saputo del ritorno del cavallo, gli abitanti del villaggio rimasero stupiti, perché solo allora compresero la risposta che il contadino aveva dato loro. Ritornarono alla casa del contadino per felicitarsi con lui della sua fortuna. "Prima avevi solo un cavallo e ora ne hai due. Complimenti!" gli dissero. "Grazie per la visita e per la vostra solidarietà!" rispose il contadino "Però come potete sapere che questa sia una benedizione nella mia vita?" Sconcertati, i vicini pensarono che l'uomo stesse diventando pazzo, così se ne andarono e intanto commentavano: "Com'è possibile che quest'uomo non capisca che Dio gli ha mandato un regalo?" Trascorse un mese, il figlio del contadino decise di domare la cavalla. Però l'animale inaspettatamente si imbizzarrì, e il ragazzo cadde malamente rompendosi una gamba. I vicini ritornarono alla casa del contadino, portando i propri omaggi al giovane ferito. Il sindaco del paese disse solennemente al padre di essere dolente, e che anche tutti gli altri erano costernati per l'accaduto. Il contadino fu grato della visita e dell'affetto di tutti. Però chiese: "Come potete sapere se ciò che è accaduto sia una disgrazia nella mia vita?" Questa frase lasciò tutti sconvolti, perché nessuno poteva avere il minimo dubbio che un incidente ad un figlio fosse una vera tragedia. Uscendo dalla casa del contadino commentavano: "E' veramente diventato pazzo, il suo unico figlio può rimanere zoppo per sempre e ancora dubita che questa sia stata una disgrazia!". Trascorsero alcuni mesi e il Giappone dichiarò guerra alla Cina. Gli emissari dell'imperatore percorsero tutto il paese in cerca di giovani sani per inviarli nei campi di battaglia. Arrivando al villaggio, reclutarono tutti i giovani, tranne il figlio del contadino, che aveva la gamba rotta. Nessuno dei giovani ritornò vivo al villaggio. Il figlio del contadino si ristabilì, i due cavalli diedero dei puledrini che furono venduti e resero del buon denaro. Il contadino andò a far visita ai suoi vicini per consolarli e aiutarli, dato che si erano dimostrati solidali con lui nel momento del bisogno. Ogni volta che qualcuno di loro si lamentava, il contadino diceva: "Come fai a sapere se questa è una disgrazia per te?". Se qualcuno si rallegrava molto, lui gli chiedeva: "Come fai a sapere se questa è una benedizione per te?"
E gli uomini di quel villaggio compresero che, al di là delle apparenze, la vita ha altri significati.




Storia Zen: Rovesciando idoli

Un saggio, dopo anni e anni di vita nel mondo al servizio degli uomini, sapendo che di lì a poco sarebbe morto, decise di ritirarsi su una montagna per passare lì gli ultimi mesi della sua vita.
Un giorno, mentre questi gustava rapito in estasi la profondità della Vita Universale, si presentò nella sua grotta un angelo.
La creatura alata gli disse: "Sei stato un uomo esemplare, hai agito nel mondo come pochi avrebbero potuto,
sei la gloria di Dio. Egli mi ha mandato qui per concederti un ultimo desiderio. Dimmi ciò che desideri ed io te lo darò".
L'uomo sorrise e disse: "Vattene allora, cosa potrei desiderare ancora? Non posso certo cadere in questa trappola! Addio".
Quando l'angelo scomparve, il saggio disse tra sé e sé: "Le prove non finiscono mai… "

Uno con l'essenza stessa di Dio
Rovescia ogni idolo
Se avesse accettato
Si sarebbe perduto.




Perché vai in bicicletta?

Un maestro Zen vide cinque dei suoi studenti di ritorno dal mercato, in sella alle loro biciclette.
Quando arrivarono al monastero, l’insegnante chiese agli studenti: «Perché andate bicicletta?»

Il primo studente rispose:
«La bicicletta sta portando questo sacco di patate.
Sono contento di non dover portare il peso sulla schiena.»
L’insegnante disse:
«Tu sei un ragazzo intelligente. Quando sarai vecchio, non camminerai curvo come me.»

Il secondo studente rispose:
«Mi piace vedere altri posti, guardare gli alberi e campi lungo il sentiero.»
L’insegnante lo elogiò:
«I tuoi occhi sono aperti e in grado di vedere il mondo.»

Il terzo studente rispose:
«Il ritmo della pedalata fluida libera la mia mente e il mio corpo.»
L’insegnante lo applaudì:
«La tua mente rotolerà con la facilità di una ruota.»

Il quarto studente rispose:
«In sella alla mia bicicletta, vivo in armonia con la natura, l’ambiente e tutti gli esseri senzienti.» L’insegnante disse:
«Stai pedalando sul sentiero d’oro della compassione.»

Il quinto studente rispose:
«Io vado in bicicletta per andare in bicicletta.»
L’insegnante sedutosi ai piedi del quinto studente rispose:
«Io sono il tuo studente.»




Il Millepiedi

Un millepiedi viveva sereno e tranquillo. Ma un giorno una rana gli domandò:"In che ordine metti i piedi l’uno dietro l’altro?".Il millepiedi incominciò a lambiccarsi il cervello e a fare innumerevoli prove.
Il risultato fu che da quel momento non riuscì più a muoversi.




Una scheggia di tempo, una grande gemma

Un signore pregò Takuan, un insegnante di Zen, di suggerirgli come potesse trascorrere il tempo.
Le giornate gli sembravano molto lunghe, mentre assolveva le proprie funzioni e se ne stava seduto e impettito a ricevere l'omaggio della gente.

Takuan tracciò otto ideogrammi cinesi e li diede all'uomo:

Non si ripete due volte questo giorno
Scheggia di tempo grande gemma.
Mai più tornerà questo giorno.
Ogni istante vale una gemma inestimabile.




L'allievo e le stelle

Un giovane monaco si lamentava con un anziano maestro di non riuscire a giungere alla comprensione.
Il maestro allora, lo portò una notte nel giardino del monastero e gli chiese:
"Le vedi le stelle?". "Si " rispose l'allievo osservando la miriade degli astri del firmamento." La vedi quella stella là, la più luminosa? ". Il monaco disse che riusciva a scorgere proprio quella stella che intendeva indicargli il maestro. "Allora la vedi quella stella a destra vicino a quella che ti ho indicato? ".
"Ma non c'è nessuna stella a destra di quella luminosa!" ribatté il giovane. Il maestro allora insistette e alla fine, dopo un po', il giovane scorse una stella che subito non era visibile, ma che fissando più attentamente, emanava una debole luce a destra di quella più luminosa.
"Ecco - allora disse il maestro - la comprensione è come quella stella. Non devi essere in grado di capire se c'è una stella, ma solo essere certo che ci sia, nonostante tu non possa vederla chiaramente. Quindi per la tua saggezza non serve che tu giunga a capire, basta che tu creda che ci sia!".
L'allievo allora si stupì di tale insegnamento e ringraziò il maestro per tanta saggezza elargita. Ma subito volle sapere: "Maestro, ma come hai potuto sapere che quella stella ne avesse una vicina così poco visibile?".
Il maestro disse: "Non sono nemmeno convinto che abbiamo guardato la stessa stella, ma con tutte le stelle che ci sono nel firmamento, ce n'è sempre una meno luminosa che si scorge appena vicino ad una luminosa, solo guardandola indirettamente!".




Neko No Myojutsu
Le meravigliose tecniche del vecchio gatto

C'era una volta uno spadaccino di nome Shoken. La sua casa era infestata da un enorme ratto che se ne andava a zonzo liberamente, anche durante il giorno. Il gatto domestico di Shoken non era all'altezza di cacciarlo e fuggiva terrorizzato dopo essere stato morso in modo grave. Shokan prese allora numerose puzzole locali perché lo combattessero in gruppo. Le puzzole liberate nell'abitazione cominciarono a cercare il ratto, che se ne stava rannicchiato in un angolo in attesa del loro arrivo. Esso le attaccò ferocemente una ad una allontanandole tutte.

Furioso per lo spregevole fallimento delle puzzole, il maestro decise di affrontare il ratto con la spada. Nonostante la sua grande abilità di spadaccino, non fu in grado di colpire il ratto che continuava a saltare da una parte all'altra della stanza volando in aria, schizzando come un fulmine e balzandogli spavaldamente in testa. Esasperato Shoken abbandonò ogni tentativo e decise di chiedere aiuto allo stupefacente vecchio gatto del villaggio vicino.

Quando il proprietario porto il Vecchio Gatto a casa di Shoken, egli fu sorpreso dall'aspetto ordinario ed invecchiato del gatto. Decise di dargli comunque una possibilità e lo liberò nella stanza. Non appena lo vide avvicinarsi, il ratto s'irrigidì. Il gatto si fece avanti con noncuranza, lo prese per il collo e, portatolo fuori della stanza, lo presentò a Shoken.

Quella notte gli altri gatti si riunirono e offrirono al Vecchio Gatto il seggio d'onore. Gli dissero: "Siamo rinomati per la nostra abilità nel catturare ratti, possiamo anche fermare donnole e lontre, le nostre unghie sono come rasoi. Tuttavia nulla abbiamo potuto contro quel ratto. Come hai fatto a catturare quel ratto gigantesco? Svela per favore anche a noi i segreti della Tua arte".

Il Vecchio Gatto rise e disse "Beh, siete ancora giovani e, pur avendo esperienza di combattimento con i ratti, avete ancora molto da imparare. Prima che io inizi, ditemi del vostro allenamento".

Un gatto nero si fece avanti e disse: "Sono stato allevato in una famiglia specializzata nell'addestramento dei gatti. Mi è stato insegnato a saltare una transenna di due metri, a infilarmi in buchi strettissimi e a compiere ogni sorta di trucco acrobatico. Sono esperto nel fingermi addormentato e poi colpire non appena il ratto si avvicina. Nessun ratto poteva sfuggirmi. Riuscivo a catturarli anche quando saltavano sulle travi del soffitto. Non ero mai stato sconfitto prima di incontrare quel vecchio ratto".

Il vecchio Gatto disse: "Il vostro addestramento si è basato esclusivamente sulla tecnica. Pensate solamente a prendere il ratto. I maestri antichi hanno insegnato schemi e movimenti per farci sviluppare una buona tecnica. Anche la più semplice delle tecniche contiene profondi principi. Vi state concentrando troppo sulla tecnica esterna. Questo vi porta a dubitare della tradizioni dei maestri e a inventare nuovi trucchi. Tuttavia se vi basate troppo sulla tecnica, alla fine arriverete a un punto morto perché la tecnica fisica ha dei limiti. Pensateci bene".

Si fece avanti a quel punto il gatto tigre, che disse: "Io credo che lo sviluppo del ki sia molto importante. Ho coltivato il mio ki per molti anni e il mio spirito è molto forte, colma il cielo e la terra. Ero in grado di affrontare i miei avversari con un ki schiacciante, sconfiggendoli all'istante. Ero in grado di rispondere immediatamente a qualsiasi stimolo, a qualsiasi movimento. Non dovevo pensare, le tecniche si manifestavano naturalmente. Ero in grado di raggelare un ratto che saltava sulla trave e farlo cadere a terra, ma quel vecchio ratto pare non avere forma e non lasciare traccia. Sono sconcertato".

Il Vecchio Gatto replicò: "Il potere del ki da te usato è ancora una funzione della mente e quindi è troppo concentrato sull'ego. Si basa interamente sul livello di fiducia in te stesso. Finchè continui ad essere consapevole del tuo ki e usarlo mentalmente per sconfiggere un avversari, non fai altro che creare resistenza. E stai pure certo che incontrerai un avversario con un ki ancora più forte del tuo. Puoi pensare che il potere del tuo ki colmi l'universo proprio come il kozen no ki (l'energia universale) utilizzato dal saggio cinese Mencius, ma non è così. Nel caso di Mencius, il ki è brillante e vigoroso. Il suo modo di utilizzare il ki è quello di un grande fiume; il tuo modo è quello di un'alluvione passeggera. Conosciamo tutti il proverbio Il gatto che morde, è morso dal ratto . Quando un ratto è intrappolato nell'angolo dimentica la vita, dimentica i desideri, dimentica di vincere o di perdere, dimentica corpo e mente. Questa forza è come l'acciaio e non può essere vinta soltanto con il potere del ki".

A quel punto il gatto grigio più anziano avanzò quietamente e disse: "Come hai affermato, quel particolare potere del ki può essere molto forte ma continua a mantenere una forma, per quanto leggera, che può essere usata contro di te. Personalmente sono molti anni che coltivo il mio cuore. Non faccio affidamento solo sul potere del ki, non nutro mai pensieri di combattimento e cerco sempre di pormi in uno stato d'armonia, se vengo attaccato. Quando l'avversario è forte, mi piego e seguo i suoi movimenti. La mia tecnica è quella di una tenda che cattura e lascia cadere a terra la pietra che le è lanciata contro. Fino a questo momento, anche il più forte dei ratti non era riuscito ad attaccarmi. Questo, tuttavia è incredibile; il potere del ki e il potere dell'armonia non hanno alcun effetto su di lui".

Il Vecchio Gatto rispose: "Il tuo potere dell'armonia non è il potere dell'armonia della natura. E' una proiezione della tua mente, perciò è limitato. Qualsiasi traccia di pensiero cosciente distrugge l'equilibrio e un avversario arguto coglierà l'occasione per infilarsi in un varco. Il pensiero ostacola la natura e ostruisce la vera funzione. Non pensare, non agire; segui i movimenti della natura e il sé scomparirà. In assenza di sé non avrai avversari né in cielo né in terra. "Non è mia intenzione suggerire che il vostro difficile addestramento sia inutile. La Via ha molti modi, le tecniche contengono principi universali. Il potere del ki fa funzionare il corpo e vivifica il cosmo. Il potere dell'armonia consente di omogeneizzarsi naturalmente con ogni sorta di forza attaccante, anche le rocce, senza essere spezzati.

Tuttavia, non appena si manifesta anche un minimo pensiero cosciente, volontà e progetto ti separano dalla Via naturale. Vedi te stesso e gli altri come entità separate, come avversari. Mi chiedete quale sia la mia tecnica: la risposta è Mushin (non- mente). Mushin è agire in accordo con la natura, nient'altro. La Via non ha limiti, non prendete queste mie parole come la rivelazione ultima. Molto tempo fa, nel mio quartiere c'era un gatto che pareva non fare altro che sonnecchiare tutto il giorno. Il gatto pareva privo di spirito, quasi come un gatto di legno. Nessuno l'aveva mai visto cacciare un ratto, eppure ovunque andasse o si trovasse non c'era ratto che si azzardasse a comparire. Andai a trovare il gatto e gli chiesi di spiegarmene la ragione. Posi la domanda quattro volte, ma il gatto rimase in silenzio. Non che non volesse rispondere: piuttosto non sapeva come rispondere. Il proverbio dice: quelli che sanno non parlano; quelli che parlano non sanno. Il gatto aveva dimenticato se stesso e gli oggetti per dimorare in uno stato di assenza di scopo. Quel gatto rese concreta la divina arte marziale del non-uccidere. Ancora non sono all'altezza di quel gatto".

Shoken, che aveva origliato la conversazione, non poté più contenersi ed irruppe nella stanza. " Mi sono addestrato nell'arte di maneggiare la spada per molti anni, ma ancora devo penetrare l'essenza. Questa sera ho ascoltato insegnamenti su metodi diversi di addestramento e ho imparato molto sulla mia stessa Via della spada. Ti prego, insegnami i tuoi più profondi e preziosi segreti".

Il Vecchio Gatto rispose: "Non posso farlo. Sono solo un animale che caccia i ratti per mangiarli. Cosa posso sapere delle vicende umane? Eppure ho una cosa da dirti. L'arte di maneggiare la spada non è una mera questione di vincere un avversario. In un certo momento critico diventa l'arte di illuminare la vita e la morte. I samurai devono coltivare questa attitudine mentale e disciplinarsi in questo spirito. Penetra il principio di vita e di morte, innanzitutto, e mantieni quello spirito. Non vi saranno dubbi, né pensieri erranti, né calcoli, né decisioni. Il tuo spirito rimarrà calmo e pacifico, privo di ostacoli, libero di rispondere ad ogni evenienza. Al contrario, se vi è anche il più vago oggetto nella tua mente, vi sarà un ego, vi sarà un nemico, vi sarà un conflitto, vi sarà perdita di libertà. Entrerai nel buio della morte e perderai luminosità spirituale. Come puoi aspettarti di affrontare un avversario in tale stato ? Anche se dovessi vincere, sarebbe una vittoria superficiale e non vera arte della spada. L'assenza di scopo non è una mancanza; è senza forma, non persegue obbiettivi. Se si alimentano pensieri, il potere del ki si accumula attorno. Il ki è dunque soffocato e i movimenti diventano stagnanti, squilibrati, incontrollati. Quello che io chiamo assenza di scopo non persegue nulla, non fa affidamento su nulla, non ha nemici, non ha sé; risponde ad ogni cosa in modo naturale e non lascia traccia.

"L'I Ching afferma: senza pensiero, senza fare, naturalmente stabilita, la Via attiva se stessa nell'universo. Gli spadaccini che comprendono questo principio sono prossimi alla via".

Shoken domandò: "Che cosa si intende per Non vi è nemico, non vi è sé?". Il Vecchio Gatto rispose: "Poiché vi è un sé, vi è un nemico. Se non vi è un sé non vi è un nemico. Nemico è quanto si trova in opposizione, lo stesso tipo di opposizione presente all'esterno in yin-yang, fuoco e acqua. Ogni oggetto dotato di forma ha un opposto. Quando la mente non ha forma, non vi è nulla che vi si possa opporre. Quando non vi è opposizione, non vi è nulla contro cui combattere. Questo è chiamato nessun nemico, nessun sé. Quando il sé e gli oggetti sono entrambi dimenticati, si manifesta un naturale stato di non attività, di assenza di problemi, di unità. La forma del nemico è scomparsa e tu non sai nulla. Non è come essere inconsapevoli; significa assenza di pensiero calcolatore e immediata risposta naturale. Questa mente è libera e consente al mondo di diventare il tuo dominio. Astrazioni quali questo, quello, bello e brutto scompaiono. Piacere e dolore, guadagno e perdita sono altre creazioni della mente. Il cielo e la terra non sono da ricercare all'esterno della propria mente. Un'antica celebrità una volta disse: Una singola pagliuzza nell'occhio può far apparire i tre mondi molto stretti; libera la tua mente e la tua vita sarà priva di impedimenti!". Quando una pagliuzza entra nell'occhio, quasi non si riesce a tenere l'occhio aperto ed è difficile vedere le cose. Quando un corpo luminoso per natura viene contaminato da un oggetto estraneo, perde trasparenza. Lo stesso vale per la mente. Un altro antico disse "circondato da migliaia di nemici, il tuo corpo può essere fatto a pezzi, ma la tua mente è tua e non può mai essere vinta" Confucio disse : persino il più meschino degli uomini non può essere privato della sua volontà. QUANDO SEI ILLUSO, LA TUA STESSA MENTE DIVENTA IL TUO NEMICO. "Vorrei ora cessare di parlare. Ora sta a voi. Un maestro può trasmettere tecniche e illuminare i principi che le animano, ma non può fare di più. La verità deve essere realizzata individualmente. Questo è il conseguimento del Sé. Si chiama trasmissione mente a mente e trasmissione individuale al di fuori dei testi. L'insegnamento non dipende dalla tradizione bensì utilizza la tradizione e comunque un maestro non può insegnare ogni cosa. Questo principio non è limitato allo Zen. Dai metodi d'insegnamento spirituale degli antichi saggi ai capolavori creati dagli artisti, tutto è basato sul conseguimento del Sé e sull'istantanea trasmissione mente a mente, un insegnamento al di fuori dei testi. I testi insegnano quanto si ha dentro e assistono al compito di raggiungerlo da sé e per sé. In realtà un maestro non dà nulla. E' facile parlare ed è facile ascoltare, ma è difficile comprendere questi insegnamenti e farli veramente propri. Questo di chiama Kensho (vedere nella propria natura) e satori (illuminazione). Satori significa "risveglio dal sogno dell'illusione". E' consapevolezza affinata".




Il serpentello

C'era una volta un uomo che venne invitato a casa da un amico, e quando fu sul punto di bere del vino che gli era stato offerto, gli sembrò di vedere un serpentello nella tazza. Poiché non voleva mettere in imbarazzo l'anfitrione attirando l'attenzione sulla faccenda, inghiottì coraggiosamente. Al ritorno a casa avvertì forti dolori allo stomaco; gli somministrarono diverse cure ma tutto fu inutile, e l'uomo, a quel punto gravemente ammalato, si sentiva prossimo alla morte. L'amico, informato sulle sue condizioni, lo invitò ancora una volta e, dopo averlo fatto accomodare nello stesso posto, gli offrì un'altra tazza di vino, dicendogli che era una medicina.
Quando l'afflitto sollevò la tazza per bere vide ancora che conteneva un serpentello, e questa volta richiamò l'attenzione del padrone di casa. Senza una parola, l'anfitrione indicò il soffitto sopra il posto dell'ospite, dov'era appeso un arco. All'improvviso il malato si rese conto che il "serpentello" era il riflesso dell'arco appeso; i due si guardarono e scoppiarono in una risata. La sofferenza del malato svanì ed egli recuperò la salute all'istante.
Il processo con cui si diventa un Buddha assomiglia a questa storia. Il Patriarca Yoka (665-713) diceva: "Quando comprendete la vera natura dell'universo capite che non esiste realtà soggettiva ne oggettiva. In quel preciso istante, le formazioni karmiche che vi conducevano all'inferno più infimo vengono spazzate via". Questa natura autentica è l'essenza della radice di ogni essere senziente.
Maestro Zen Bassui Tokusho




Ciò che porti nel cuore

C’era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un’oasi all’entrata di una città del Medio Oriente.
Un giovane si avvicinò e gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”
L’uomo rispose a sua volta con una domanda: “Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”
“Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.
“Così sono gli abitanti di questa città”, gli rispose il vecchio saggio.

Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda: “Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”
L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”
“Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”
“Anche gli abitanti di questa città sono così”, rispose il vecchio saggio.

Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
“Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.”




I Ciliegi innamorati

Due Ciliegi innamorati, nati distanti, si guardavano senza potersi toccare.
Li vide una Nuvola, che mossa a compassione, pianse dal dolore ed agitò le loro foglie…
ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.
Li vide una Tempesta, che mossa a compassione, urlò dal dolore ed agitò i loro rami…
ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.
Li vide una Montagna, che mossa a compassione, tremò dal dolore ed agitò i loro tronchi…
ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.
Nuvola, Tempesta e Montagna ignoravano, che sotto la terra, le radici dei Ciliegi erano intrecciate in un abbraccio senza tempo.




La scimmia e la luna

Una scimmia sedeva sulla sponda di un lago
e vide il riflesso della luna nell’acqua.
Incantata, entrò nell’acqua per prenderlo.
Ma più cercava di afferrarlo e più il riflesso si sottraeva,
frantumato in mille altri riflessi causati dalle onde che la scimmia produceva.
La scimmia non riusciva a capire che era solo un riflesso.
Alla fine, in un ultimo disperato tentativo di acchiappare la luna,
si tuffò nell’acqua e annegò.
Se avesse smesso di agitare l’acqua e avesse guardato in alto,
avrebbe visto la vera luna nel cielo.




Il maestro di spada

Un maestro di spada, ormai anziano, dichiarò:

Nella vita, ci sono diversi gradi di apprendimento. 
Al primo si studia, ma non si ricava niente, e ci si sente inesperti. 
Al livello intermedio, l'uomo è ancora inesperto, ma consapevole delle proprie mancanze, 
e riesce a vedere anche quelle altrui. 
Al livello superiore diventa orgoglioso della propria abilità, 
si rallegra nel ricevere lodi, e deplora la mancanza di perizia dei compagni. 
Costui ha valore e si comporta come se non sapesse nulla.

Questi sono i livelli in generale. 

Ma ce n'è uno che li trascende, ed è il più eccellente fra tutti. 
Chi penetra profondamente questa Via è consapevole che non finirà mai di percorrerla. 
Egli conosce veramente le proprie lacune e non crede mai, 
per tutta la vita, di aver raggiunto la perfezione. 
Senza orgoglio, ma con modestia, arriva a conoscere la Via.

Si dice che una volta il maestro Yagyu osservò: 

Io non conosco il modo per sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso.
Il samurai avanza giorno dopo giorno, oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. 
L'addestramento non finisce mai.




Come tu sei così è il mondo

"Chi sono io?" Chiese un giovane ad un maestro di spiritualità.
"Te lo spiego con una piccola storia" rispose il saggio.

Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.

"Sono un papà e una mamma", pensò una bambina innocente.
"Sono due amanti", pensò un uomo dal cuore torbido.
"Sono due amici che s'incontrano dopo molti anni", pensò un uomo solo.
"Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare", pensò un uomo avido di denaro.
"E' un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra", pensò una donna dall'anima tenera.
"E' una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio", pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.
"Sono due innamorati", pensò una ragazza che sognava l'amore.
"Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue", pensò un assassino.
"Chissà perché si abbracciano", pensò un uomo dal cuore arido.
"Che bello vedere due persone che si abbracciano", pensò un uomo di Dio.

"Ogni pensiero", concluse il maestro, " rivela a te stesso quello che sei.

"Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su di te di qualsiasi maestro.




Il Problema
Un giorno, il Gran Maestro radunò tutti gli allievi per eleggere il suo assistente.
"Vi sottopongo un problema" disse il Maestro.
"Chi lo risolverà sarà il mio braccio destro".
Detto questo, sistemò un tavolino al centro della sala e sul tavolino pose un preziosissimo vaso di porcellana decorata da finissime rose d'oro.
"Questo è il problema. Risolvetelo".
I discepoli contemplarono perplessi il "problema".
Era un vaso di porcellana inimitabile: ne ammiravano i disegni rari, la freschezza e l'eleganza delle rose.
"Cosa rappresentava? Qual'era l'enigma? Che cosa si doveva fare?" si chiedevano.
Il tempo passava e nessuno osava fare nulla, salvo contemplare il "problema".
Ad un certo punto, uno dei discepoli si alzò, guardò il Maestro e i compagni, poi si incamminò risolutamente verso il vaso e lo scaraventò a terra, mandandolo in frantumi.
"Finalmente qualcuno lo ha fatto!" esclamò il Gran Maestro. "Cominciavo a dubitare della formazione che vi avevo dato in tutti questi anni!".
Poi si rivolse al giovane: "Sarai tu il mio assistente".
Mentre il giovane tornava al suo posto, il Maestro spiegò: "Io sono stato chiaro.
Vi ho detto che questo era un problema. Non importa quanto possa essere bello e affascinante, un problema deve essere eliminato". 

C'è un modo solo per risolvere un problema: affrontarlo.




La spada di Banzo

Yagyu Matajuro era il figlio di un famoso spadaccino.
Suo padre, però non convinto che il figlio possedesse le capacità per raggiungere la maestria, lo disconobbe.
Così Matajuro decise di salire il Monte Futara per consultare il famoso spadaccino Banzo. Ma Banzo confermò il giudizio del padre:
"Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?" gli chiese Banzo, "Mi spiace, ti mancano i requisiti indispensabili".
"Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?" insistette il giovane.
"Il resto della tua vita" rispose Banzo.
"Non posso aspettare tanto" disse Matajuro. "Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica. Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo ci vorrà?"
"Oh, dieci anni, forse" disse Banzo addolcendosi.
"Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui" continuò Matajuro. "Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?"
"Oh, forse trent'anni" rispose Banzo.
"Ma come!" disse Matajuro. "Prima hai detto dieci anni, e ora trenta! Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest'arte nel tempo più breve!"
"Be'," disse Banzo "allora dovrai restare con me settant'anni. Un uomo che ha tanta fretta di ottenere dei risultati raramente impara alla svelta".
"E va bene" dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli si stava rimproverando la sua impazienza. "Accetto".
Matajuro ebbe l'ordine di non parlare mai dell'arte della scherma e di non toccare mai una spada.
Così passava le sue giornate cucinando per il suo maestro, lavando i piatti, rifacendo i letti, curando il giardino, e tutto senza che si parlasse mai di spada.
Passarono tre anni.
Matajuro continuava a lavorare ma pensando al proprio avvenire era sempre più triste e depresso.
Non aveva ancora cominciato a imparare l'arte alla quale aveva votato la propria vita.
Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno.
Il giorno successivo, mentre Matajuro stava cucinando del riso, ricevette nuovamente un forte colpo da Banzo.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati e non passava giorno e non c'era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo.
Imparò così in fretta che la faccia del suo maestro era raggiante di sorrisi.
Matajuro divenne così il più grande spadaccino del paese.




Il gallo da combattimento

Un re desiderava avere un gallo da combattimento molto forte e allora chiese a uno dei suoi istruttori di allevargliene uno. All'inizio costui insegnò al gallo la tecnica del combattimento. Dopo dieci giorni il re gli domandò: “Si potrebbe organizzare un combattimento con il nostro gallo?”. L'istruttore disse: “No. E' forte, ma di una forza vuota. Vuol sempre combattere, é eccitato e la sua é una forza effimera”.
Dieci giorni più tardi il re nuovamente chiese all'istruttore: ”Si può finalmente organizzare questo combattimento?”. “No, non ancora. E' troppo eccitabile, anche solo sentendo un altro gallo, da un villaggio vicino, s'infuria e vuole battersi”.
Dopo altri dieci giorni di allenamento, il re chiese di nuovo: “E' possibile, ora?”. L'istruttore rispose: “Ora non si eccita più; se sente o se vede un altro gallo, resta tranquillo. La sua posizione é giusta, la sua tensione é forte, la sua energia e la sua forza non si manifestano in superficie”.
“Allora é pronto per battersi?” chiese il re. L'allevatore rispose: “Forse“.
Si organizzò dunque un torneo. Ma gli altri galli non osavano avvicinarsi a lui. Fuggivano impauriti, e così non ebbe bisogno di combattere. Quel gallo aveva superato la tecnica, acquisendo una forte energia interiore. La forza era in lui, e così gli altri galli non potevano che inchinarsi davanti alla sua potenza segreta.




La formazione di un allievo

Un giovane allievo si presentò dal celebre Maestro per essere iniziato all'arte del Kendo. Per tutta risposta fu inviato con una scure a spaccar legna.
La pazienza e la costanza dell'allievo furono premiati dopo sei mesi, quando gli fu concesso di entrare nel Dojo ma esclusivamente per un singolare compito: avrebbe dovuto camminare senza mai sbagliare sulla stretta striscia cucita che unisce i vari tatami tra loro. L'allievo si applicò diligentemente per altri sei mesi, mentre vicino a lui gli altri allievi si battevano con le shinai, poi si rivolse al maestro: "Maestro, mi sono conformato ai vostri insegnamenti, ma sono venuto da voi per apprendere l'arte del kendo e non ho ricevuto, sino ad ora, nessun insegnamento specifico, sono deciso a partire". "Aspetta ancora un giorno"replicò il maestro, domani ti mostrerò il segreto del Kendo".
L'indomani i due si arrampicarono sulle montagne sino ad un punto in cui era richiesto, per passare sull'altro versante, attraversare un tronco gettato a mò di ponte fra i bordi di un precipizio. La corrente fragorosa di un ruscello scorreva parecchi metri più sotto.
Il maestro invitò l'allievo a passare sullo stretto ed improvvisato ponte, certamente più grande della sottile linea su cui aveva l'abitudine di camminare nel Dojo. Il giovane allievo preso dall'incertezza indugiava.
Nel frattempo arrivò dall'altra parte un cieco che, tastando con il suo bastone, attraversò senza incertezze.
Il giovane comprese prontamente ed attraversò a sua volta il ponte. " Vedi, disse il maestro, ora sei libero di imparare la tecnica (Gi) da uno dei tanti maestri che esistono nel Giappone io ti ho costruito un corpo forte (Tai) e dato un giusto spirito (Shin)".




La partita a scacchi

Un giovane si presentò ad un maestro zen e disse:
«Vorrei raggiungere la liberazione dalla sofferenza promessa dal Buddha. Ma non sono capace di lunghi sforzi e non sono in grado di meditare. Esiste una via che posso seguire?»
«Che cosa sai fare?» gli domandò il maestro
«Niente.» rispose il giovane
«Ma c'è qualcosa che ti piace fare?» gli chiese ancora il maestro
«Giocare a scacchi.» rispose il giovane. Il maestro fece portare una scacchiera e una spada.
Poi chiamò un giovane monaco e disse ai due:
«Chi di voi vincerà questa partita a scacchi raggiungerà la liberazione. Chi perderà sarà ucciso con questa spada. Accettate?»
I due giovani acconsentirono e incominciarono a giocare.
Sapendo che era una questione di vita o di morte, si concentrarono come non avevano mai fatto.
A un certo punto il primo giovane si trovò in vantaggio e pensò che la vittoria era sicura.
Guardò il suo avversario e si accorse che il maestro aveva sollevato la spada sulla sua testa.
Allora ne ebbe compassione e compì un errore deliberato.
Ora era lui che stava per perdere.
Vide che il maestro aveva spostato la spada sulla sua testa... e chiuse gli occhi.
La spada si abbatté sulla scacchiera.
«Non c'è né vincitore nè vinto» proclamò il maestro
«e quindi non taglierò la testa a nessuno».
Poi aggiunse rivolto al primo giovane:
«Due sole cose sono necessarie: la concentrazione e la compassione.
E tu le hai sperimentate entrambe. Questa è la via che cerchi».




La mente viene prima della tecnica?


Tra gli allievi di Bokuden ce n’era uno dotato di straordinaria abilità tecnica. Una volta, mentre camminava per strada, l'allievo passò vicino ad un cavallo ombroso che improvvisamente gli sferrò un calcio, ma lui fece un'abile schivata per evitarlo e sfuggì all’incidente.
I testimoni presenti dissero "La sua fama di essere uno dei migliori allievi di Bokuden è pienamente meritata. Bokuden non tramanderà sicuramente a nessun altro i suoi segreti".
Ma quando Bokuden seppe di questo incidente si inquietò molto e disse "Mi sono sbagliato sul suo conto", poi lo espulse dalla sua scuola.
Nessuno degli altri allievi comprese il pensiero di Bokuden, e decisero che non si poteva far altro che imitare il modo in cui il Maestro stesso si sarebbe comportato in simili circostanze.
Per fare ciò, attaccarono un cavallo particolarmente bizzoso ad un carro sulla strada lungo la quale sapevano che Bokuden sarebbe passato. Spiarono di nascosto la scena da una certa distanza e con grande sorpresa videro Bokuden attraversare la strada per andare dalla parte opposta standosene bene alla larga dal cavallo.
Questo finale colse tutti alla sprovvista e in seguito, dopo aver confessato a Bokuden il loro esperimento, gli chiesero per quale motivo avesse cacciato così all’improvviso il suo discepolo.
Bokuden rispose: "Se una persona ha un’attitudine mentale che gli consente di camminare distratta vicino a un cavallo senza considerare le sue possibili reazioni, essa è una causa persa per un’insegnante, non importa quanto si applichi allo studio delle tecniche. Credevo che lui fosse una persona dotata di maggior buon senso ma mi sbagliavo".




Il pescatore e il turista

Sul molo di un piccolo villaggio messicano, un turista americano si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto.
Si complimenta con il pescatore per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo avesse impiegato per pescarlo.
... Il pescatore risponde: ‘Non ho impiegato molto tempo’ e il turista: ‘Ma allora, perché non è stato di più, per pescarne di più?’ Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno per soddisfare le esigenze della sua famiglia.
Il turista chiese: ‘Ma come impiega il resto del suo tempo?’
E il pescatore: ‘Dormo fino a tardi, pesco un po’, gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.’
Allorché il turista fece: ‘La interrompo subito, sa' sono laureato ad Harvard, e posso darle utili suggerimenti su come migliorare. Prima di tutto dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche… Potrà permettersi un’intera flotta! Quindi invece di vendere il pesce all’uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una sua. In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York! Da lì potrà dirigere un’enorme impresa!’
Il pescatore lo interruppe: ‘Ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?’
E il turista: ‘20, 25 anni forse’ quindi il pescatore chiese: ‘….e dopo?’
Turista: ‘ Ah dopo, e qui viene il bello, quando il suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!’
E il pescatore:’miliardi? e poi?’
Turista: ‘Poi finalmente potrà ritirarsi dagli affari e andare in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi nipoti, pescare un po’ di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo qualcosa, suonando la chitarra e trascorrere appieno la vita’